Pietro Spadaro
22/08/2025
Il dialogo tra opera e osservatore
Nell’incontrare l‘opera di Pietro Spadaro non si può rimanere ancorati alle forme dell’arte figurativa, ma si è costretti a pensare all’arte in un altro modo: quello della letteratura. Leggere apre verso un terzo elemento, quello temporale, proponendoci una relazione diversa da quella che normalmente instauriamo con un’opera figurativa. Siamo abituati, nella molteplicità di fiere e mostre d’arte contemporanea, a correre da un’opera all’altra senza prestare grande attenzione. Al contrario la scrittura ci garantisce un processo inverso, un rallentare. Quando leggiamo siamo costretti a un ritmo che permetta alle parole di essere vissute in un tempo presente. Ogni segno, lettera e tratto stampato viene fatto vivere qui e ora.
Nel momento in cui ci confrontiamo con l’opera di Spadaro il tipo di rapporto che andiamo ad instaurare con il quadro supera la componente spaziale. Dove normalmente si potrebbe passare senza prestare attenzione, la forma scritta decontestualizzata ci propone invece un primo passo nel “tempo della letteratura”. Il gioco qui è uno di specchi. La povertà di informazioni dell’opera si rivela un modo efficace nel permettere allo spettatore di rallentare. Non abbiamo eccessi che costringono un osservatore già sovrastimolato a scappare. Non si cerca di spaventare, non si cerca di attirare, al contrario si dà spazio, e questo gesto “altruista” premia.
Questo processo trova la sua più efficace realizzazione nei “Monotipi”. Dove il colore viene meno, l’efficacia nell’attrarci aumenta. In questa serie di stampe viene presentata una parola con la quale si possa giocare e trattare alla pari. Non c’è pretesa di guardare l’opera dal basso verso l’alto. Si ha dialogo.
La semplicità dell’inchiostro su carta fa da padrona. Anche il materiale e la superficie non hanno pretese di essere manifestazioni di Cristo in Terra.
Dialogo interno alle opere
Confrontandosi con i lavori, due dialoghi emergono. Da un lato quello dei monotipi con i monotipi, ….
dall’altro uno tra i monotipi e le opere a colori, ……
Il primo dialogo è tra opere che vivono una stessa natura, uno stesso spirito. Sono esche meravigliose. Le si accoglie facilmente e ce ne si potrebbe quasi abbuffare. Opera dopo opera, ecco che il percorso inizia a costringerci ad uno scavare dove troviamo l’immediatezza di due opere che si osservano faccia a faccia e che non possono che instaurare un dialogo.
Il secondo dialogo non è temporale. I monotipi non precedono né seguono l'opera a colori, sono semmai dei parenti particolari. Non si presenta mai il pensiero di dire uno è arrivato prima dell’altro, e nemmeno uno deriva dall’altro, semmai soddisfano bisogni diversi come un mangiare e un bere, motivo per cui non si può creare gerarchia. Si ritrova in essi una certa familiarità, che come un ricordo-sogno-mito ci costringe a rallentare una terza volta, forse immobilizzandoci. Siamo costretti a lavorare più da vicino (lo strumento digitale tradisce sempre le dimensioni delle opere) e il colore entra nel discorso.
L’aiuto che ci offrono i monotipi ha una valenza non indifferente. Strappano lo spazio ai cartellini che solitamente ci costringono a piegare la schiena nel tentativo di interpretare l’opera X o Y e ci garantiscono invece la possibilità di avvicinarci in maniera più delicata all’opera. Non circondati da arie di sacralità abbiamo così l’occasione di trovare un’opera che permette allo stesso tempo di introdurci al pensiero e di permetterci mediante il resto dei lavori di scavare.
Commento di Pietro Spadaro:
Non posso che compiacermi delle parole usate in questo articolo: mi sento davvero nel famoso brodo di giuggiole, soprattutto nel leggere di ciò che speravo accadesse con i miei lavoretti — il tempo e lo spazio che assumono un significato diverso. Non è stata una scelta consapevole, quella di iniziare a usare le parole nei miei lavori, ma quando è successo ho capito subito quanto tutto funzionasse meglio, in modo più preciso e affilato. Decontestualizzare la parola, renderla protagonista, è sempre estremamente divertente: da sola riesce a occupare spazi che mai avrei immaginato. Ed è bello qui, come ogni volta, ritrovarsi spettatori del proprio lavoro.








