Perchè comprare un libro fotografico?

18/09/2025

La maggior parte dei libri fotografici è condannata a una vita da scaffale o ad accompagnare te e caffè su tavolini in salotto. Fortunatamente a questa sorte sono spesso condannati solo un particolare sottogruppo di libri fotografici, i cataloghi, che per quanto ricoprano un ruolo fondamentale (soprattutto quando ci rivolgiamo alla fotografia di opere d’arte) non sono i protagonisti di questa breve riflessione. Lo scopo di un catalogo è infatti chiaro: documentare, in modo quasi scientifico, una collezione o un esposizione.

Se ci allontaniamo da questa necessità ci ritroviamo subito in alto mare. Il libro fotografico non-catalogo ha una natura che più si avvicina ai libri d’arte piuttosto che a quella di un vero e proprio documento.

Da questa sorte non sono stati nemmeno risparmiati i libri dei grandi fotoreporter, oggi di interesse più per la qualità estetica che per quella contenutistica vera e propria. Un’opera come Morire di Classe di Gianni Berengo Gardin non serve più oggi a sensibilizzare sulla condizione dei manicomi, il suo “lavoro” di denuncia è stato realizzato, rimane solo “l’opera d’arte”.

Se non per un interesse di natura storica sembrerebbe che non ci sia alcuna ragione per confrontarci con questi oggetti. Scopriamo presto invece che potrebbero essere efficaci per un altro tipo di lavoro, uno che riguarda il nostro tempo e il nostro modo di guardare.

Copertina del volume Morire di classe (1969), a cura di Franco e Franca Basaglia, con fotografie di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin. © Einaudi Editore

SFOGLIARE È UNA FATICA

Per la sua natura fisica il libro fotografico fa qualcosa al quale oggi ci siamo completamente disabituati, lavorare sulle immagini in modo tattile. Per quanto la fotografia sia fondamentalmente su due dimensioni, misurarsi con un foglio piuttosto che con uno schermo cambia radicalmente il modo in cui ci si confronta con essa.

La questione della scala è il secondo problema che spesso rimane nascosto. Abituati come siamo a guardare film o video su dispositivi che possiamo tenere senza problemi in mano, perdiamo la consapevolezza del diverso impatto che l’immagine ha a seconda delle dimensioni che possiede. 2001 Odissea nello Spazio sul grande schermo è chiaramente un’esperienza diversa. Allo stesso modo una foto stampata anche solamente in formato 10’x19’ cambia il tipo di rapporto che instauriamo con l’immagine.

Oltre a questo, tra i principali problemi che lo schermo del cellulare crea si aggiunge anche un costringerci alla sovrabbondanza. Come sarebbero le nostre camere se dovessimo trasformare in enciclopedie fisiche di carta stampata l’intero rullino dei nostri cellulari? Scegliamo di tenere tutto. La carta d’altro canto, condanna-destina a un grande lavoro di selezione attraverso il quale l’immagine guadagna un peso diverso. Da questo punto di vista, per ovvie ragioni è presente una vicinissima parentela tra stampa e libro fotografico, con l’unica differenza che la singola foto stampata è maggiormente frammentata. Il libro invece ci costringe ad una storia.

Oltre al problema della scala e delle mancate scelte troviamo così un terzo problema nella fruizione mediante smartphone della fotografia. L’unico ordine che il nostro rullino fotografico ha è temporale. Una foto succede all’altra soltanto in base al momento in cui è stata assorbita in questa enorme banca dati. Paradossalmente questo ordine preciso al millisecondo è tutto meno che un ordine vero e proprio. Non c’è pensiero, non c’è scelta, non c’è coerenza, in parte proprio perché non si è scelto cosa eliminare. Ogni immagine perde la sua individualità e rimane uno tra i tanti momenti. Ed ecco che se la foto stampata aiuta a selezionare, il libro fotografico crea coerenza, crea un ordine. Senza questi due semplicissimi passaggi, stampare e mettere in ordine, è impossibile trovare un equilibrio nelle nostre idee-immagini.

Photo books rolling off the press – Image by Gary Freudiger, originally shared on Pinterest

COME STARE IN CHIESA

Perché questa necessità di ordine? Proprio come possiamo fare con un ciclo di affreschi, aprire un libro fotografico è occasione di riflessione e comprensione di ciò che ci circonda e di chi siamo come soggetti. Senza un ordine non possiamo permettere a nessun significato di emergere.

Entrare in chiesa e rimanere incantati in una lettura mitica delle immagini è relativamente facile. Circondati da colonne e volte di 20-30 metri rende più facile entrare in un contesto contemplativo, quel vero sguardo che permette di riconoscerci nella storia che osserviamo. Per fare lo stesso con le immagini che ci circondano oggi, creare-guardare un libro fotografico può essere una valida scelta.

La grande difficoltà diventa quindi quella di selezionare-ritagliare un momento di vita, prima mattina o poco prima di chiudere gli occhi e immergerci in questi libri come faremmo con un brano musicale. L’incontro è meno immediato, dobbiamo concentrarci o essere in una condizione (come quella della sera dove i pensieri abitano un mondo diverso) dove siamo disposti a contemplare qualcosa. Facendo questo potremmo seguire il filo dell'opera; e come un gioco muoverci intorno ad esso per costruire un nostro personalissimo rapporto.

Questo primo passo per interpretare le immagini è anche forse un primo passo per interpretare i nostri sogni. Il tempo che dedichiamo a questo processo apre la possibilità di creare un VERO senso proprio. Ricordarci che la produzione autonoma di senso emerge dalla contemplazione e non dal consumo è fondamnetale. È li che troviamo l’occasione di scoprire una nostra lingua personale, costruendo nuovi miti e nuovi sogni.

Giotto di Bondone, Storie di San Francesco, 1297–1299 ca. Affreschi, Basilica Superiore di San Francesco, Assisi. © Sacro Convento di San Francesco d’Assisi

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