Marco Breda
28/11/2025
Esiste sempre una leggera sorpresa quando qualcuno ci rivela di essere appassionato di film horror. Un genere passato da sperimentazione di nicchia a semplice oggetto di consumo, troppo spesso occasione di forti emozioni a basso costo. È importante però ricordarsi che l’horror dà spazio a una dimensione fondamentale: quella dello scarto. Non è una novità, l’horror dalla sua nascita si propone di mostrarci quello che non vorremmo vedere, di rendere tangibile quella tensione che tutto occupa. Questo genere ci offre la possibilità di avvicinarci a quello che solitamente vediamo solo con la coda dell’occhio, ciò che sta nascosto e che compare magari soltanto la sera; ad occhi aperti, appena spenta la luce. Che sia tensione storica o esistenziale, l’horror si offre come mezzo per parlare di queste sensazioni, ed è proprio lì che Marco Breda inserisce le sue immagini.
THE WEIRD AND THE EERIE
L’horror non viene mai da solo, ha sempre come compagni lo strano e l’estraniante. È qui che gli scatti di Marco danno prova di sé. Ancora una volta tutte e tre queste dimensioni partecipano a uno “scarto” tra quello che i nostri occhi dovrebbero vedere e quello che vedono, attraverso il mezzo fotografico. La distanza tra quello che vediamo e quello che “dovrebbe essere” è precisamente l’ingrediente fondamentale dello strano (weird), ci ricorda Mark Fisher. La fotografia nel realizzare questo compito la fa da padrona. Appena nata, nelle mani di Daguerre, era già predisposta a catturare fantasmi. Un mezzo che cattura singoli momenti di luce, brevissimi, che dietro di sé lasciano solo un’impronta. Per quanto oggi riconosciuta come “testimonianza di realtà” è difficile negare l’esistenza di una distanza intrinseca, un’incertezza, rispetto al suo effettivo essere avvenuta.
Capita che guardando nel nostro rullino fotografico, troviamo momenti dimenticati che ci lasciano la sensazione di aver appena visto un fantasma. Al di là di ogni discorso di verità fotografica, il lavoro di Marco distorce e ritorce ancora di più. I soggetti da vicini diventano sempre più lontani. Se il colore conferisce verità, lasciando l’immagine viva e presente, la prospettiva non lo sfrutta per dare veridicità all’immagine, ma lo utilizza per alimentare ancora di più la sensazione di estraneazione. Il colore ci dice che l’immagine dovrebbe essere vera, la prospettiva ci dice che in realtà pure quel colore sta contribuendo a trarci in inganno.
LO SCHERZO
Dall’orrore ci allontaniamo quando scopriamo, per fortuna, che Marco, anche se ogni tanto sa inquietare non è sempre serioso. Troviamo così scatti che da strani diventano “estranianti” (Eerie). La distanza tra le due dimensioni, strano ed estraniante, è breve: in un caso il soggetto è diverso da come ce lo aspettiamo (strano), nell’altro qualcosa che dovrebbe esserci non c’è o viceversa (estraniante).
È nel trattare questa seconda dimensione, che si presta allo scherzo, che Marco ci lascia più domande che risposte. Domande che comunque non appesantiscono, e anzi alleggeriscono, ci permettono di tornare a fidarci dei nostri occhi, non ci chiedono di voltare il nostro sguardo da un’altra parte.
Una volta constatato che il nostro sguardo è limitato, riprendendo fiducia per quanta ne possiamo avere, accettiamo che lo sguardo si arricchisca di fantastico. Non è fiducia di un’ideale oggettività delle cose; Marco non vuole fare il lavoro del fotoreporter, non ha la pretesa di non portare la sua soggettività in ogni scatto. Anzi, in opposizione a quella che è la triste sorte dell’informazione, ci viene qui proposta la possibilità di immaginare e forse di domandare.
SOSPENSIONE
È in questo fantastico che Marco si apre a una categoria successiva: l’estraniante e l’orrorifico vengono meno. Alla fine di questa discesa agli inferi possiamo ritrovare il respiro. Lo ritroviamo nel mare, lo troviamo nella laguna di Venezia dove per familiarità non esiste orrore, non esiste strano o estraniante.
Quando Marco si apre all’orizzonte a livello di composizione, tutto torna, gli scatti si fanno immediatamente ariosi, non si sente alcuna banalità nella struttura dell’immagine. Non fotografa quello che conosce banalizzandolo. Ci lascia solo una punta di strano in qualche gesto o momento.
References:
Fisher, M. 2016. The Weird and the Eerie. London: Repeater Books.



