Leone Solia

20/03/2026

Scatto di Giovanni D’Amelio

Ciò che resta

Nel momento in cui pensiamo a Leone le opere che solitamente rimangono più impresse sono i suoi collage. Nati da un percorso artistico cominciato con la Felipe Cardena Crew a Milano, hanno trovato a Venezia il loro luogo di crescita. Qui, vecchi giornali e riviste vengono ritagliati e assemblati creando composizioni che ridanno vita a immagini e figure provenienti da ogni epoca.

Ma il collage è solo l’effetto. Il principio è un altro: la necessità del riuso. Leone non parte mai da materiali nuovi, non parte mai da una tela bianca. Parte da quelle immagini che strutturano l’immaginario visivo dei nostri nonni, dei nostri genitori e che oggi continuano di nascosto a contaminare il nostro punto di vista.

Le opere di Leone, irriverenti, caotiche, danno la possibilità di essere interpretate in modo simile ai sogni. Cos’è in fin dei conti un sogno, se non un insieme di immagini accostate per creare un mondo a sé stante?

I quadri in questione però non rimangono come i sogni dei nostri amici. Quelli che raccontati la mattina non capiamo, e dei quali non riusciamo a cogliere l’entusiasmo. I collage di Leone sono sogni ai quali si sente di riuscire a partecipare.

Così per 3 anni, nella soffitta al numero 879b di Calle Nuova Sant’Agnese, Leone si è dedicato alla sua pratica artistica, uscendo dalle radici Milanesi e assorbendo quelle Veneziane, senza mai tradire le prime.

Icone di scarto

I lavori che emergono a partire da circa due anni assumono un’estetica che riduce le forme e costringe a un insieme di simboli. La modifica è formale: cambiano i materiali, cambiano le scale, cambia il registro visivo ma non cambia la necessità di prendere ciò che è stato abbandonato e riconsegnarlo al mondo con un nuovo valore.

Tramite questa serie di opere, intitolate Icone di scarto, si apre la strada a un linguaggio universale costituito da segni solamente accennati. Non troviamo più la stessa molteplicità di colori, la foglia d’oro, l’assemblaggio. Ciò che emerge in modo più chiaro è piuttosto un’aridità che manifesta un futuro deserto che piano piano va ogni giorno a definirsi in modo sempre più chiaro all’orizzonte. Un deserto simbolico, dove quella sovrabbondanza di scarti che ha caratterizzato i lavori precedenti di Leone viene meno. Come se gli scarti stessi si stessero esaurendo, o come se Leone stesse imparando a fare di più con meno.

Nelle forme bicrome e nelle maschere dell’esposizione di Palermo, il linguaggio per immagini si traduce in uno di simboli dove però il rapporto iniziale con il pubblico viene meno.

Su queste assenze cromatiche, materiche, di forme Leone ricomincia a costruire: si tratta di un processo difficile che avrà bisogno di uno scarto ben maggiore di quello tra collage e icone. Non uno scarto di materiali questa volta, ma uno scarto di se stesso. Forse per compiere il passo successivo, costruire dovrebbe diventare la parola d’ordine, non solo riassemblare. Mancare questo appuntamento sarebbe rischioso se non determinante allo svilupparsi o meno di un artista.

Essere un’artista

In una conversazione avuta più di un anno fa, ci siamo confrontati su come fosse possibile che tra la miriade di artisti che ci sono proprio Leone stesse riuscendo a trovare un riconoscimento. «Qualcosa di giusto lo fa», si diceva. Era un’osservazione semplice, ma conteneva due verità che si tengono insieme: che un’opera si compra nel tentativo di partecipare alla vita di chi l’ha fatta, e che un artista capace di vendersi è anche un essere umano che offre parte della propria intimità per poter continuare a esistere. Due facce della stessa medaglia: una volgare, l’altra profondamente umana.

Ma sopravvivere, per un artista, non è mai solo sopravvivere. C’è sempre la possibilità di un salto di qualità, di trovare qualcosa di più. Il problema è che oggi quel salto richiede di muoversi in equilibrio su due fronti opposti: essere l’estremo rispetto alla mediocrità generale, come è sempre stato compito dell’arte, e allo stesso tempo confrontarsi con un mondo che si fa sempre più insulare, sempre più chiuso su se stesso e nel quale produrre legame (che sia tra soggetti, concetti, discipline) deve essere parola d’ordine.

Non possiamo immaginare artisti da miliardi, se non rari eletti come Koons o Kapoor, che assomigliano però molto più a prodotti commerciali che ad artisti. Ed è proprio qui che risiede una delle verità fondamentali dell’arte: è un linguaggio umano, e in quanto tale ha senso solo se qualcuno la si ascolta. In un mondo perrò dove la produzione di senso collettiva viene delegata a processi oggettivi e non sociali, un’opera che prova a parlare con il mondo intero rischia di parlare nel vuoto.

Forse il paradosso di Leone è questo: spingersi fuori da ciò che conosce nel tentativo di crescere, quando invece la soluzione potrebbe essere di fare esattamente quello che sa già fare, nella stessa dimensione cittadina e regionale, ma con mezzi diversi. Non un collage di carta, ma un collage di immagini dello schermo. Lo schermo dal quale, del resto, ha sempre tratto ispirazione. Lo scarto non cambia, cambia solo da dove lo si raccoglie.


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