Arte da Salotto
15/10/2025
Perchè cercare una soluzione a qualcosa di “inevitabile” quando possiamo imparare a conviverci? Lo spirito di adattamento è senza dubbio indispensabile, almeno in linea teorica, alla sopravvivenza in un clima avverso. In questo senso la tematica del cambiamento climatico, o meglio, come noi in quanto esseri umani possiamo imparare a resitere al caldo, è il tema centrale della coppia di mostre presenti al Salone Verde art & social club di Venezia. Entrambe le esibizioni Heat is a Psychological Problem e Flight into Shadow cercano di trovare delle soluzioni multidisciplinari al problema del caldo: come facciamo a vivere con esso? Come facciamo ad adattarcici?
“The local warming of cities due to climate change and intensified urbanization is widely addressed. At Salone Verde we ask how to live with climate change, not how to stop it.”
La prospettiva adottata da Salone Verde volge quindi più verso la consapevole accettazione che non c’è una soluzione tecnica al caldo: esso è di natura psicologica1. Keep cool vorrebbe essere una riflessione poetica e politica sull’abitare, sul clima e sulla memoria dei saperi tradizionali, con la chiara volontà di puntare su un adattamento climatico non solo tecnologico, ma soprattutto culturale. Tuttavia, questa posizione, per quanto nobile nelle intenzioni, si muove su un crinale ambiguo.
Da un lato risulta affascinante la ricerca di una sicronicità ritmica tra il respiro, i nostri passi e il movimento lievemente ondulante dei tappeti. Negli ambienti sono presenti profumi profondissimi accompagnati da un brano fatto ad hoc dal compositore Marc Vogler. Infine, la sospensione magico-meccanica dei tappeti, con i loro colori sgargianti e le forme geometriche aggiunge una certa misticità alla sala, altrimenti spoglia. D’altro canto vedo tanta tecnica e ricerca estetica improntate entrambe su un risultato puramente estetico, non un risultato che può oggettivamente aiutare ad adattarsi al cambiamento climatico e al caldo spossante. Quei tappeti sono belli, ma non fanno aria. Il micelio bianco sospeso sul fil di ferro forma delle ombre certo, ma troppo sparse per fornire davvero protezione in una giornata di caldo torrido. La proposta di Salone Verde rischia di essere fin troppo distaccata dalla realtà e sospesa nelle sue suggestioni, rimane tiepida da un punto di vista utilitario. Nell’installazione Heat is a Psychological Problem, la rivalutazione dell’“architettura senza architetti” si traduce in un gesto simbolico più che in un’analisi reale delle conoscenze tradizionali. L’idea di restituire dignità ai sistemi costruttivi vernacoli è potente, ma resta a livello di dichiarazione di principio privo di fondamenti e la critica alla modernità industriale finisce così per apparire come un esercizio retorico più estetico che politico. Il titolo stesso dell’esibizione Keep cool segue la stessa linea: è ironico, leggero… e tutto sommato viste le premesse anche un po’ snob.
“Shadow casting and air movement are taken for granted in this context. At Salone Verde we adapt both phenomena and develop them further through artistic means. Salone Verde becomes a “workshop for cool cities,” adopting a relaxed position within the wider debate.”2
L’idea di contrapporre le tradizioni culturali dei paesi sviluppatisi in climi aridi e caldi alle tecnologie del mondo occidentale avrebbe potuto aprire uno spazio di riflessione urgente e necessaria. Ma la mostra si accontenta di una retorica della “semplicità” e del “ritorno alle origini”, che finisce per apparire ingenua. Anche il fatto che i tappeti vengano dall’”Africa” è il discorso più qualunquista del mondo: perchè lì fa caldo. A questo punto costruiamo una macchina del ghiaccio al Polo Nord. Nella mostra si tende a ragionare per assurdo e in questo modo il discorso sull’adattamento climatico viene estetizzato e neutralizzato: più un esercizio di stile che una reale presa di posizione.
Lasciando da parte il commento ironico, il bisogno di continuare a sollevare il problema del cambiamento climatico c’è ed è forte, quello di cui non abbiamo bisogno, invece, è un contributo artistico che non solleva il problema e nemmeno prova a parlarne. Salone Verde fallisce su entrambi i fronti sottomettendo al vezzo estetico la ricerca di un design funzionale a combattere il caldo. L’unico problema che sicuramente solleva però (e alquanto urgentemente), è quello sull’arte nel 2025.
In Flight into Shadow il micelio, una materia naturale che costituisce l’apparato radicale dei funghi, viene trattato come materia morta. Per sua natura cresce come una rete interconnessa, e questo vantaggio relazionale e dinamico è il suo profondo punto di forza. Venendo nella mostra disaggregato, esso viene svuotato di questa capacità di relazione. Il suo potenziale sistemico e rigenerativo non viene esplorato perchè il progetto si limita a un’estetizzazione della biologia. In più viene meno la dimensione processuale: vediamo in un video a parete come il micelio viene modellato, ma sarebbe stato interessante capire, ad esempio, come si produce una “tegola” di micelio: qual è il suo costo, la sua durabilità, o le sue potenzialità applicative? In assenza di questo, il discorso sull’artigianalità rimane superficiale applicando semplicemente un gesto decorativo a un materiale che, per sua natura, richiederebbe invece un approccio sperimentale e di grande scala.
Per concludere, la mostra gioca, casualmente, su tutti i registri giusti per piacere a un certo pubblico colto e sensibile: sostenibilità, decolonialità, saperi tradizionali, artigianato femminile, lentezza, memoria e clima risultando perfettamente calibrata, forse anche troppo. Si appropria di concetti molto forti (“architettura senza architetti”, “fine del paradigma occidentale”) usandoli in modo poetico e rassicurante, senza mai davvero problematizzarli e senza volerlo fare. Il tono “umile ma consapevole” ( che mi ricorda il motto delle lezioni di Catechismo “oggi siamo qui per ascoltare”) è quasi una formula obbligata del discorso postcoloniale mainstream sincera forse nelle intenzioni, ma anche molto strategica. In più la chiusa con i tappeti che “sventolano lentamente” è bella, ma rischia di estetizzare proprio ciò che dice di voler comprendere: la fatica, la resistenza quotidiana al caldo diventano immagine elegante, non un’esperienza reale. Keep cool ha una bella idea e un’ottima comunicazione, ma è una mostra talmente levigata che è come se dicesse “critichiamo l’Occidente… ma con grazia, dentro una galleria climatizzata di Venezia”.
ig: @ari4fritta
bibiografia: https://keepcool.saloneverde.com/heat-is-a-psychological-problem
In Havana, Sergio, the director of the School of Product Design, says: “We have no solution for the heat. It’s not a technical problem, but a psychological one.” (direttamente dal sito di salone verde)
Dalla didascalia introduttiva presente a Salone Verde.

