Eisenstaedt a Torino

04/09/2025

UNA “BELLA FOTO”

Entrando nelle sale della fondazione Camera troviamo delle belle foto. Come le insegnanti di scuole elementari e medie ci hanno insegnato, questa affermazione non basta. Belle per il corretto bilanciamento del bianco o per la buona esposizione? Forse per la composizione? Per il soggetto? O ancora per la nostalgia che ci suscitano scatti risalenti a 60/70 anni fa?

Il rigore di un fotografo di reportage del primo dopoguerra sicuramente contribuisce a questa bellezza. Composizione esposizione, tutte perfette, una foto tecnicamente ineccepibile. Dall’altra parte è innegabile che gran parte del nostro piacere nell’osservare queste immagini derivi da un sentimento di nostalgia. Ma questa mostra offre anche qualcosa in più; l’occasione di guardare al passato con occhi diversi e di scoprire un linguaggio differente, uno che noi oggi abbiamo dimenticato.

UN PROBLEMA DI TRADUZIONE

La difficoltà di comprensione è legata a una dimensione di “traduzione” la complessità dell'immagine non è il problema. Per comprendere questa difficoltà può essere efficace definire un parallelismo con quadri e icone che troviamo in chiesa. Li sappiamo di dover cambiare il nostro registro di interpretazione per poter abitare quelle immagini. Sappiamo di non poter guardare a Cristi e Madonne come faceva chi era contemporaneo a quell’opera. Non a caso il mondo nei passati 200 anni ha cercato di provvedere a rendere “contemporanee” opere che contemporanee non sono più. Film, serie TV, libri e articoli ci hanno offerto prospettive sul tema e abbiamo così adottato una serie di sguardi, una serie di punti di vista-linguaggi che ci permette di confrontarci con esse.

Con la fotografia del 900’ questo non è ancora successo. Non abbiamo ancora interiorizzato a livello sociale lo stacco tra fotografia analogica e digitale. Quello che a un primo sguardo è un sottile divario è in realtà un abisso.

Da un lato troviamo una produzione nell’ordine delle centinaia di migliaia dall’altro nell’ordine dei miliardi. Guardando indietro ci troviamo limitati a un “wow!” siamo costretti a definire quelle immagini “belle” perché a proposito di quelle di oggi sappiamo dire poco di più. Per poter avere un confronto degno di questo nome con le immagini, e soprattutto con quelle che abitavano un mondo fatto di “poche” rappresentazioni è necessario rallentare.

Rallentando non ci si limita più a osservare come facciamo oggi con le immagini digitali, siamo costretti a guardare con attenzione. Il lavoro si arricchisce, non limitandosi più a semplici forme e colori e

un giudizio immediato. Sostenendo lo sguardo andiamo a pescare al di fuori dell’immagine è possiamo permetterci di rubare a filosofia, storia, o alla nostra esperienza personale gli strumenti per confrontarsi con queste rappresentazioni.

EISENSAEDT

Veniamo dunque al lavoro di Eisenstaedt, un lavoro che si allontana da questo stupefatto-stupefacente “wow” e ci offre invece l’occasione di uno sguardo ironico. Se c’è qualcosa che il fotografo riesce effettivamente a fare è lasciarci un sorriso, soprattutto nel momento in cui ci mostra come la “forma” che sia in ambito militare, politico o sociale venga meno.

Lo vediamo nell’immagine dell’ufficiale italiano sullo slittino, nel caso della donna con il leopardo, che per seguire forse l’ennesima moda e rompere la propria sofferta semplicità ha bisogno di un animale esotico, e ancora in quelle immagini che ci mostrano congegni tecnologici dei primi anni 60.

Ma è nella prima stanza appena entriamo che questo gioco rivela la sua serietà. Questa ironia emerge anche nello scatto a Goebbels, ministro della Propaganda della Germania Nazista. Comunicatore per eccellenza, sicuramente capace di cogliere l’importanza di quella foto. Lui seduto il fotografo in piedi. Seduto non in un posto amico ma alla società delle nazioni; forse si trattiene, caricò già di quella violenza che mostrerà nei successivi anni.

La descrizione parla di uno sguardo che trasuda antismetitismo. È difficile però immaginare che Goebbels fosse a conoscenza dell’identità del fotografo, è più facile realizzare come Goebbels fosse conscio di essere ritratto in un ambiente a lui ostile, conscio che quello che Eisenstadt stava facendo era metterlo con le spalle al muro. RItratto in un momento di tensione, un momento che non mostra la sua forza ma la sua debolezza. Ecco l’importanza dell’ironia.

UMANITÀ E COMICITÀ

L’utilizzo della parola ironia nel commento all’immagine di Goebbels può sembrare forzato ma non lo è. Ironia in questo caso lo intendo come accostamento di elementi contrastanti che fanno venire meno un'ipotetica forma. Eisenstaedt così, con ironia, ci offre umanità. Questo non è un caso. La produzione fotografica del post guerra è stata soprattutto occasione di un lavoro di “universalizzazione” del concetto di essere umano. È esattamente in quel periodo che nasce il mito del grande reporter che su Life porta vicino ciò che è lontano. Se non apprezziamo questo intento è facile ritrovarsi a considerare banali alcuni degli scatti in questione. Per noi lo sono, Noi quelle cose le abbiamo già viste molte volte, forse troppe.

Rimane comunque l’efficacia di quell’ironia che ci presenta. Ironia rispetto a una “umana” classe dirigente, “ironia” rispetto ai vari tentativi di mostrarci particolari, e con largo anticipo "ironia” nei confronti dello sviluppo tecnico che nell’epoca del consumo stava già iniziando a irrompere. Questa Ironia che dona umanità è qualcosa che spesso non cogliamo.

Dimenticando questa umanità, dimentichiamo l’umanità e la fallibilità di chi è al potere. Il politico diventa onnipotente malvagio, il miliardario diventa un dio e l’inventore delle tecnologie sul quale leggiamo questo articolo un santo. È importante oggi riconoscere senza negare ciò che ci si pone di fronte a noi.

Queste foto diventano così occasione di sviluppare gli strumenti per guardare al nostro vicino passato e ricordarsi che forse la pressione disumanizzante di oggi è qualcosa che possiamo affrontare. Eisenstadt è il fotogiornalismo, forse, un’utile strumento.

Si ringrazia per la mostra:

Fondazione Compagnia di San Paolo • Regione Piemonte • Città di Torino • Davide D’Angelo • BDDB Studio • Fabbricanti d’immagine • Belle époque • Squillari Arti Grafiche • Silvio Zamorani • Federico Elia • Ronald Martin Añez Moreno • Ben Bazalgette • Dario Cimorelli Editore

© Alfred Eisenstaedt — The LIFE Picture Collection — Shutterstock

“Le immagini presenti in questo articolo sono utilizzate esclusivamente a scopo di critica e commento, in conformità con l’art. 70 della Legge sul Diritto d’Autore. Tutti i diritti appartengono ai rispettivi titolari.”