Andrea Costantino
21/09/2025
FOTO VICINE
Il lavoro di Reportage negli anni 60 era chiave per poter parlare di un mondo che prendeva una forma orizzontale. Si vedevano nuovi mondi, si offrivano nuovi sguardi, tutto lontanissimo da noi, ad ogni numero settimanale i nostri occhi si potevano spostare sempre un orizzonte più in là. È il lavoro di Robert Capa, di Elliott Erwitt di Salgado o di un Eisenstaedt. Ci avvicinano quello che è lontano, ci rendono partecipi di un mondo sempre più globale, non mancando le occasioni per parlare del “locale”. Il fotoreportage esiste sia per Life che per il Gazzettino o il Corriere di Verona. Le loro storie non di classe B ma hanno anche esse una propria direzione, un loro scopo. Storie grandi e piccole come i santi, sempre bicchieri pieni, anche se di diverse dimensioni. Questo secondo spazio, più locale, è stato però poco a poco dimenticato.
Con la perdita del giornale locale viene a mancare una fotografia vicina a noi, viene a mancare un identità visuale che permetta di capirci, di guardarci allo specchio e riconoscersi. Nell’immensità della produzione contemporanea di immagini ci riconosciamo solo a spizzichi e bocconi. La, “nostra”, nuova fotografia diventa allora verticale, nasce la necessità di andare nel profondo delle cose, tradendo in qualche modo la fotografia di reportage stessa, andando alla ricerca di una “verità” che poco ha a che fare con la limpida immagine da fotoreportage.
Vediamo così nascere una fotografia che si propone a una ricerca di senso ed è quello che fotografi come Andrea Costantino si mettono a fare.
ANDREA COSTANTINO
Antitetico a uno sguardo che cerca di impressionare, vicino a uno che ci accoglie. Nell’amalgama delle immagini si ha ricerca di senso, di ritrovare percorsi di senso, di ritrovare percorsi. È in questo contesto che Andrea sceglie negli suoi progetti due soggetti, bambini da un lato, arte-performance dall’altro. Entrambi temi “facili” ma proprio per questo di estrema difficoltà.
Facile è il bambino perché ancora aperto al mondo, ancora disposto a quei gesti che piano piano che cresce si dimenticherà. È strano è particolare, è vivo. Facile fotografe chi è vivo. Allo stesso modo l’arte, in particolare quella che si confronta con tematiche vicine noi, come la riscoperta di luoghi dimenticati in un mondo globale. È facile guardare alle cose piccole, la nostra lente, i nostri occhi non sono distratti. La difficoltà, come prima accennato, emerge altrove. Si trova nell’essere capaci di non banalizzare. Per farlo serve sincerità. Andrea per caso, coincidenza o che sia ce l’ha.
Ma in questo modo di essere il tradimento arriva da dove meno ce lo aspettiamo. I soggetti si mettono in mostra. I bambini, ci racconta Andrea, già vogliono mostrarsi a occhi che li guardano chissà da dove. Si mettono in posa per chissà chi. Sanno benissimo che il mondo è un gioco di specchi e di osservazione. Sanno che saranno visti su social o TV. L’arte dall’altro lato soffre in un modo opposto. Il processo che ci presenta per “CircusLiber“ è uno che possiede da un lato la stessa carica di quei bambini, è qualcosa che darà vita a un “nuovo”, dall’altra parte non si sa se questo nuovo si concretizzerà. La difficoltà di entrambi questi lavori, e la fortuna-sfortuna sta nel non sapere se saranno in grado di crescere. Se della crescita oggi però siamo tutti stanchi un motivo ci sarà.
RI-GUARDARSI
Riconoscere il nostro punto di vista e il suo operare è di fondamentale importanza soprattutto se è di fotografia che si sta parlando e qui che Andrea ci aiuta con una “seconda prospettiva".
Sceglie di lasciare in mano a proprio quegli stessi ragazzini la macchina. Tutela così quello che un fotografo come Ando Gilardi ci ricorda come fondamentale “la Dignità”. Non è questione di foto giuste o foto sbagliate, ma è questione di lasciare la dignità di chi è ritratto. Un breve spaccato della poesia di Gilardi suona così:
Non fotografare gli straccioni, i senza lavoro, gli affamati. Non fotografare le prostitute, i mendicanti sui gradini delle chiese, i pensionati sulle panchine solitarie che aspettano la morte come un treno nella notte. Non fotografare i neri umiliati, i giovani vittime della droga, gli alcolizzati che dormono i loro orribili sogni. La società gli ha già preso tutto, non prendergli neanche la fotografia.
Andrea si salva e ci salva, perché anche se la prospettiva rimarrà poi agli occhi nostri, saranno stati quei bambini che si sono spostati da un “come sono” a un “come siamo”. La fortuna vuole che questo cambio di prospettiva salvi tutti. Salvi loro, perché rimossi da una prospettiva dove rimangono oggetti di uno sguardo pietoso, salvi noi perchè ci togliamo di dosso quella pretesa e quei problemi di rappresentazione che a partire dalla letteratura postcoloniale in poi (come può il figlio del colonizzatore raccontare la storia del colonizzato?) lascia il soggetto in una condizione di potere.
SECONDO ANDREA
Lo ZEN (Zona Espansione Nord) di Palermo è un quartiere che spesso trova spazio in pagine di giornali e servizi televisivi che ne riportano solo gli effetti ruvidi della sua marginalità. Eppure, varcata la soglia del pregiudizio, crescono più le domande e diminuiscono le risposte. Lo Zen 2, in particolare, sembra un luogo sospeso nel tempo.
Verso la fine di Giugno (2025) sono stato a Palermo per conoscere questa realtà e incontrare chi conferisce vita a tale spazio. Ho preso parte al laboratorio di fotografia nomade curato da Francesco Faraci, scrittore e fotografo di grande riferimento per me. Ad aprirmi le porte del quartiere sono stati i bambini e la loro energia vulcanica. I loro occhi mi sono parsi pieni, dei contenitori di mondi dove la semplicità del gioco si mischia alla complessità di qualcosa più grande di loro. Volevano fotografare loro stessi con la macchina e io mi lasciavo guidare dal loro sguardo strabordante di curiosità. La fotocamera è solo un pretesto per farsi suggerire un po’ di più del loro sguardo, motivo per il quale mi è capitato spesso di abbassarmi al loro piano fisico, vedere l’inquadratura dei loro mondi dalle loro coordinate.
Occhi Crisalidi intende provocare chi guarda a non giudicare, e invitare a chiedere e chiedersi.
Io, personalmente, durante le mie giornate palermitane, pensavo a quanto sia rischioso scambiare la diversità con la differenza, tracciando linee che separano i “noi” dai “loro”, muri che stroncano i fili che collegano e che non permettono di vedere a che altre estremità realmente portano.
Bisogna allora appellarsi all’urgenza di avere cura. Con strategia e con empatia, per vedere quei occhi crisalidi diventare voli leggeri. Per diventare vento.
2025/09/09


